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Deposizione di Romolo Augustolo

Dalla politica alle alle battaglie decisive, questa cronistoria ripercorre i momenti chiave di un evento che tra fede, guerra e ambizione cambiò il volto del Mediterraneo medievale.

Deposizione di Romolo Augustolo
The Sack of Rome in 455 AD - Karl Brjullov, 1833-1836
Die X Mensis Septembris, A.D. MMXXVI
Società Medievale Secolo X

La deposizione di Romolo Augustolo del 476 rappresenta uno degli eventi più discussi della storiografia occidentale: tradizionalmente adottata come confine convenzionale tra l’Antichità e il Medioevo, questa data è oggetto di un ampio dibattito storiografico che ne ridimensiona la portata di cesura netta. La nota ricostruisce il contesto di crisi strutturale dell’Impero romano d’Occidente nel V secolo, attraverso l’analisi del progressivo indebolimento dell’autorità imperiale, del ruolo crescente dei comandanti militari barbarici e delle trasformazioni istituzionali che precedettero e seguirono la presa del potere di Odoacre in Italia.

EventoPeriodo
Integrazione barbarica nell’imperoFoederati, hospitalitas e il processo di integrazione. L’impero diventa progressivamente dipendente dai soldati barbarici. I comandanti militari consolidano il loro potere all’interno delle gerarchie romane (esercito e aristocrazia): il potere si divide tra l’esercizio effettivo (magister militum) e simbolico/politico (imperatore).Tardoantichità
Sacco vandalico di RomaI Vandali di Alarico saccheggiano Roma. Evento traumatico che segna l’incapacità dell’Impero di difendere il cuore della Romanitas, in un contesto nel quale la corte imperiale occidentale si era già trasferita prima a Milano e poi a Ravenna.410
Sacco visigoto di RomaNel contesto di crisi dinastica seguito alla morte dell’Imperatore Valentiniano III, i Visigoti di Genserico saccheggiano la città, privandola di una quantità enorme di beni. Episodio che aggravò ulteriormente la crisi di prestigio dell’autorità imperiale occidentale.455
Ricimero, magister militumIl magister militum Ricimero, di origine sveva e visigota, depone o elimina diversi imperatori, ponendo sul trono imperiale figure politicamente subordinate all’autorità militare.456-472
Romolo Augusto imperatoreFlavio Oreste, nuovo comandante dell’esercito in Italia, si ribella all’imperatore Giulio Nepote, costringendolo alla fuga in Dalmazia. Sul trono romano, con il nome di Romolo Augusto, viene insediato il figlio adolescente di Oreste.475
Deposizione di Romolo AugustoIl rifiuto di Oreste di garantire l’assegnazione di terre in Italia alle truppe federate, secondo il modello dell’hospitalitas, provoca una rivolta comandata da Odoacre, ufficiale barbarico nei ranghi della guardia imperiale. A fine estate dell’anno 476 Odoacre depone Romolo Augustolo, concedendogli l’esilio nel castello di Lucullano.
Regno di OdoacreIl regno di Odoacre mantiene in larga parte le strutture amministrative e sociali romane, governando attraverso il Senato e l’aristocrazia italica. Odoacre esercita il potere in Italia come rex, pur mantenendo formalmente il riconoscimento dell’autorità imperiale di Costantinopoli. Giulio Nepote, rifugiatosi in Dalmazia, continua intanto a rivendicare il titolo di imperatore d’Occidente fino alla sua morte nel 480. Dopo la vittoria nel 493, il potere in Italia viene esercitato dal sovrano ostrogoto Teodorico.476-493

La crisi dell’integrazione militare romana

Fin dal IV secolo l’esercito romano aveva progressivamente integrato contingenti di origine germanica, dapprima attraverso forme diverse di servizio militare all’interno delle strutture imperiali e, soprattutto a partire dalla fine del IV secolo, mediante accordi con gruppi barbarici insediati nei territori dell’Impero. Dopo la battaglia di Adrianopoli (378), il ricorso a gruppi federati (foederati) divenne progressivamente più importante: si trattava di comunità armate che conservavano proprie strutture di comando e identità politica, ma che erano legate all’Impero da foedera, trattati che ne regolavano l’insediamento e l’impiego militare in cambio di sussidi, approvvigionamenti, terre o altre forme di remunerazione.

Al problema dell’insediamento e del mantenimento delle truppe è tradizionalmente collegato il termine hospitalitas, utilizzato nella legislazione tardoantica per indicare forme di alloggiamento e mantenimento dei militari. Tuttavia il suo funzionamento, che prevederebbe l’obbligo di ospitare soldati senza dimora all’interno della propria casa o, generalmente, dei propri possedimenti, cedendone un terzo (tertia) agli ospitati, è oggetto di un ampio dibattito storiografico. Infatti non è possibile identificare con certezza l’hospitalitas come la cessione fisica di un terzo delle proprietà fondiarie romane ai gruppi barbarici. Alcuni studiosi hanno interpretato il sistema come una vera e propria assegnazione di quote di proprietà o di rendita, mentre altre interpretazioni hanno sottolineato il carattere prevalentemente fiscale e amministrativo dell’istituto, senza una vera e propria cessione di territorio. Al di là di questo dibattito, l’integrazione di gruppi armati barbarici nelle strutture imperiali testimonia una trasformazione profonda del sistema militare romano: l’esercito continuava a essere formalmente romano, ma dipendeva sempre più dalla capacità dello Stato di negoziare con comandanti e comunità militari dotate di una propria autonomia.

Nel corso del V secolo questo equilibrio divenne progressivamente più fragile. La perdita o la progressiva sottrazione di importanti territori fiscali, soprattutto in Africa settentrionale, ridusse le risorse a disposizione del governo occidentale proprio mentre aumentavano le esigenze finanziarie dell’apparato militare. La difficoltà di mantenere contemporaneamente l’esercito, l’amministrazione e il controllo dei territori contribuì così alla crescente autonomia dei comandanti militari e alla trasformazione degli equilibri politici dell’Occidente romano.

- Gli imperatori ombra e i magister militum

A partire dalla metà del V secolo, la crescente importanza dei grandi comandanti militari modificò profondamente il rapporto tra autorità imperiale e potere effettivo. Figure come Ezio e, soprattutto nella seconda metà del secolo, Ricimero raggiunsero una posizione di enorme influenza politica senza assumere direttamente il titolo imperiale. Il fenomeno non implicava tuttavia la semplice sostituzione di imperatori romani con «generali barbari»: questi comandanti operavano all’interno delle istituzioni imperiali e la loro autorità dipendeva anche dalla capacità di controllare eserciti, ottenere il sostegno delle élite e mantenere rapporti con la corte di Costantinopoli. Ricimero, di ascendenza sveva per parte paterna e visigota per parte materna (secondo Sidonio Apollinare ), fu magister militum (uno dei massimimi comandanti militari a capo dell’esercito) e una delle figure dominanti della politica occidentale tra il 456 e il 472. Attraverso il controllo dell’esercito e delle reti aristocratiche, intervenne ripetutamente nella successione imperiale: partecipò alla caduta di Avito , contribuì all’ascesa e successivamente alla deposizione di Maggioriano e fu coinvolto nella crisi che portò all’eliminazione di Antemio . Gli imperatori continuarono tuttavia a rappresentare il vertice formale dello Stato e a costituire un elemento fondamentale della legittimità politica.

È quindi definita la progressiva separazione tra autorità formale e potere politico effettivo, nel contesto che spesso vede gli imperatori etichettati come “imperatori ombra”, espressione moderna mai riferita nelle fonti. La crescente autonomia dei magistri militum mostra infatti quanto fosse diventato difficile per gli imperatori occidentali esercitare direttamente il controllo sull’apparato militare, non implicando tuttavia che la figura imperiale avesse già perso il proprio significato politico.

- Alarico e il sacco del 410

Il 24 agosto 410 le truppe visigote guidate da Alarico I entrarono a Roma e la sottoposero al saccheggio per tre giorni. Era la prima volta, dopo circa otto secoli, che la città veniva espugnata e saccheggiata da un esercito straniero, con l’ultimo precedente che risaliva al sacco gallico (tradizionalmente datato al 390 a.C.). Sul piano materiale, il saccheggio non comportò la distruzione sistematica della città né la dissoluzione delle sue istituzioni civili. Il suo significato fu soprattutto politico e simbolico. Roma non era più da tempo la sede effettiva dell’amministrazione imperiale occidentale, trasferitasi prima a Milano e poi a Ravenna, ma continuava a rappresentare il principale centro simbolico dell’Impero e della sua memoria. La sua espugnazione dimostrava quindi in maniera drammatica che neppure il cuore simbolico della Romanitas era ormai inviolabile.

San Girolamo , scrivendo da Betlemme, reagì con profondo sgomento alla notizia della caduta della città. Nelle Epistulae (in particolare le lettere 127 e 128) e nel proemio del Commentarius in Ezechielem, collegò il destino di Roma alla fragilità delle realtà terrene, esprimendo una delle testimonianze contemporanee più vivide del trauma culturale e simbolico provocato dal sacco. Anche Agostino d’Ippona affrontò direttamente il problema: il trauma del 410 costituì infatti uno dei contesti che alimentarono la riflessione sviluppata nella De civitate Dei, iniziata probabilmente nel 412-413 e conclusa nel 426-427. Agostino respingeva l’idea che il cristianesimo fosse responsabile delle calamità subite da Roma e, più profondamente, relativizzava l’identificazione tra la civitas terrena e qualsiasi ordine politico concreto, stabilendo che la grandezza e la durata di Roma non coincidevano con il destino della comunità cristiana.

- Genserico e il sacco del 455

Un secondo saccheggio di Roma avvenne nel giugno del 455, quando i Vandali guidati da Genserico raggiunsero l’Italia, approfittando della crisi politica seguita all’assassinio dell’imperatore Valentiniano III e della richiesta di intervento proveniente dalla stessa corte imperiale. La morte di Valentiniano, ucciso il 16 marzo 455 da una congiura aristocratica, aprì una grave crisi di legittimità: Petronio Massimo , salito al trono dopo l’assassinio, cercò di consolidare rapidamente la propria posizione anche attraverso un matrimonio con la vedova di Valentiniano, Licinia Eudossia . La situazione precipitò quando Genserico, che aveva legato la propria dinastia a quella di Valentiniano attraverso la promessa di matrimonio tra il figlio Unerico ed Eudocia , figlia dell’imperatore obbligata a sposare Palladio , figlio di Petronio, intervenne rivendicando la propria posizione e sfruttando la debolezza del nuovo governo. I Vandali occuparono Roma per circa due settimane, asportando una quantità enorme di beni appartenenti al patrimonio imperiale e alle élite cittadine. Tra questi si trovavano anche oggetti provenienti dal Tempio di Gerusalemme, conquistato da Tito nel 70 e portati a Roma in età flavia, che erano conservati nel patrimonio imperiale. A differenza di quanto suggerisce la successiva immagine del «vandalismo», il saccheggio non consistette principalmente nella distruzione indiscriminata della città, ma fu soprattutto un’operazione di spoliazione sistematica dei suoi beni.

Il sacco del 455 aggravò ulteriormente la crisi di prestigio dell’autorità imperiale occidentale. Due volte, nel giro di meno di mezzo secolo, Roma era stata occupata da eserciti stranieri senza che il governo imperiale fosse in grado di impedirlo. Nel frattempo, la perdita dell’Africa settentrionale a favore dei Vandali aveva sottratto all’Impero occidentale una delle sue principali basi fiscali e alimentari, riducendo drasticamente le risorse necessarie per sostenere l’esercito e l’amministrazione. I due sacchi, tuttavia, non determinarono la fine immediata delle istituzioni romane. Dopo il 410 l’Impero continuò a esistere per oltre sessant’anni; dopo il 455, per altri due decenni. Il loro significato storico va quindi ricercato non nell’idea di una sequenza lineare verso il 476, ma nel progressivo indebolimento delle capacità militari, fiscali e politiche dello Stato occidentale. Il 476 rappresentò l’esito di questo lungo processo, non il suo improvviso inizio.

Oreste, Romolo Augustolo e la rivolta di Odoacre

Nel 475 Flavio Oreste , nominato magister militum da Giulio Nepote , si ribellò allo stesso imperatore, insediato pochi mesi prima con l’avallo di Costantinopoli, costringendolo alla fuga in Dalmazia, sua base di potere da dove avrebbe continuato a rivendicare la legittimità sul titolo imperiale. Oreste, tuttavia, non assunse per sé la porpora, preferendo, sul modello già sperimentato da Ricimero, insediare sul trono il proprio figlio adolescente, che assunse il nome di Romolo Augusto, in un evocativo quanto involontario richiamo al fondatore della città e al primo imperatore. Il diminutivo “Augustolo” (piccolo Augusto), forse dispregiativo, con cui la figura è passata alla storia, compare nelle fonti successive per indicare la giovane età dell’imperatore oppure proprio a sottolinearne l’insignificanza politica rispetto al peso simbolico del nome dinastico.

- La rivolta dei foederati e la deposizione dell’Imperatore

Il potere di Oreste dipendeva in larga misura dal controllo dell’esercito d’Italia, nel quale erano presenti numerosi contingenti di origine barbarica, tra cui Sciri, Eruli, Rugi e altri gruppi. Nel 476 queste truppe rivendicarono un insediamento stabile e una forma di remunerazione territoriale in Italia, richiesta che la tradizione storiografica ha generalmente collegato al precedente sistema dell’hospitalitas. Il rapporto preciso tra la richiesta dei soldati federati e i meccanismi giuridici dell’hospitalitas, tuttavia, non è del tutto chiaro e non è possibile affermare con certezza che si trattasse della semplice richiesta di una tertia delle terre italiane secondo un modello già applicato in Gallia e in altre regioni dell’Impero.

Oreste rifiutò le richieste dell’esercito, probabilmente perché una redistribuzione delle risorse fondiarie italiane avrebbe compromesso gli interessi delle élite proprietarie e gli equilibri politici sui quali si fondava il suo potere. Le truppe si ribellarono quindi contro di lui e proclamarono come proprio comandante Odoacre, un ufficiale di origine barbarica già inserito nell’esercito romano. Nell’agosto del 476 Odoacre sconfisse Oreste presso Ticinum (l’odierna Pavia) e successivamente lo fece giustiziare a Piacenza, assumendo il controllo dell’Italia e dell’esercito. Tra la fine di agosto e l’autunno del 476 Odoacre prese il controllo dell’Italia e depose progressivamente Romolo Augustolo. La tradizione ha fissato la deposizione al 4 settembre 476, ma la data è oggi oggetto di discussione: le fonti più dettagliate sembrano suggerire che il controllo di Ravenna fosse stato acquisito in quei giorni, mentre l’abdicazione formale di Romolo potrebbe essere avvenuta alcune settimane più tardi. Il giovane imperatore fu inviato in esilio nel castellum Lucullanum, presso Napoli, e gli venne riconosciuto un cospicuo vitalizio. Le fonti non permettono di stabilire con certezza quanto a lungo sia vissuto, anche se alcune testimonianze suggeriscono che fosse ancora vivo diversi anni dopo la deposizione.

La vicenda assunse un significato particolare nella storiografia successiva. Marcellino Comes , nella sua cronaca redatta a Costantinopoli nei primi decenni del VI secolo, registrò la deposizione con una formulazione destinata ad avere grande fortuna:

LatinoItaliano
Odoacer rex Gothorum Romam optinuit. Orestem Odoacer ilico trucidauit. Augustulum filium Orestis Odoacer in Lucullano Campaniae castello exilii poena damnauit. Hesperium Romanae gentis imperium (…) cum hoc Augustulo periit (…) Gothorum dehinc regibus Romam tenentibus.Odoacre, re dei Goti, si impadronì di Roma. Odoacre fece subito uccidere Oreste. Augustolo, figlio di Oreste, fu condannato da Odoacre alla pena dell’esilio nel castello di Lucullano in Campania. L’Impero occidentale del popolo romano (…) perì con questo Augustolo (…) e da allora i re dei Goti tennero Roma.

La formulazione di Marcellino è particolarmente importante non perché dimostri che nel 476 fosse stata universalmente percepita la fine dell’Impero romano d’Occidente, ma perché mostra come, alcuni decenni più tardi, la deposizione di Romolo potesse ormai essere interpretata come il momento conclusivo del dominio imperiale romano in Occidente. La sua testimonianza va quindi distinta dalla percezione immediata degli eventi e inserita nel più ampio processo attraverso cui la storiografia tardoantica e bizantina attribuì progressivamente al 476 un valore di cesura. È inoltre significativa la definizione di Odoacre come rex Gothorum. L’espressione non descrive accuratamente la composizione del suo esercito, formato da gruppi di diversa origine, e non deve essere interpretata come prova che Odoacre fosse propriamente un re dei Goti. Si tratta piuttosto di una classificazione semplificata, coerente con la tendenza delle fonti orientali a ricondurre sotto denominazioni etniche più familiari le diverse popolazioni germaniche attive in Italia. La successiva affermazione del regno ostrogoto di Teodorico avrebbe inoltre contribuito a rendere la categoria dei Goti particolarmente dominante nella memoria bizantina dell’Italia post-imperiale.

- Il significato immediato della deposizione

La deposizione di Romolo Augustolo non comportò una dichiarazione formale di abolizione dell’Impero romano d’Occidente. Odoacre scelse infatti di non nominare un nuovo imperatore e di riconoscere, almeno formalmente, l’autorità dell’imperatore d’Oriente. Le insegne imperiali furono inviate a Costantinopoli, accompagnate dalla richiesta che Odoacre fosse riconosciuto come patricius e gli fosse affidato il governo dell’Italia. La scelta aveva una logica politica precisa: non era necessario mantenere un secondo imperatore in Occidente se l’autorità imperiale poteva essere ricondotta a un unico sovrano residente a Costantinopoli. La decisione di Odoacre non va quindi interpretata automaticamente come un atto di secessione dall’Impero, ma come una riorganizzazione del potere occidentale all’interno di un quadro che conservava ancora, almeno formalmente, l’idea dell’unità imperiale romana.

La posizione di Giulio Nepote rende inoltre più complessa qualsiasi datazione rigida della fine dell’Impero d’Occidente. Nepote continuò infatti a rivendicare il titolo imperiale dalla Dalmazia fino alla sua morte, avvenuta nel 480. Solo successivamente l’Italia di Odoacre rimase priva di qualsiasi imperatore occidentale concorrente. Il 476 rappresenta quindi la fine dell’ultima corte imperiale stabilmente insediata in Italia, ma non la scomparsa immediata della pretesa imperiale romana sull’Occidente.

- Il 476 nella storiografia moderna

La data del 476 occupa un posto di rilievo nella periodizzazione storica occidentale, in quanto convenzionalmente adottata, a partire dall’erudizione umanistica post-medievale e poi consolidata nella storiografia illuminista (tra cui Edward Gibbon con l’opera The History of the Decline and Fall of the Roman Empire, 1776), come confine tra la storia antica e il periodo millenario che negli stessi ambienti umanistici e, successivamente, illuministici configurano come Medioevo. Questa lettura storica tende tuttavia a proiettare sull’evento della deposizione dell’ultimo imperatore romano d’occidente un peso che i contemporanei non gli attribuirono in maniera così netta.

Lo storico Arnaldo Momigliano ha efficacemente definito la vicenda una «caduta senza rumore», sottolineando come, per i contemporanei, i fatti del 476 non fossero percepiti come la fine di un’epoca, ma piuttosto come l’ennesimo episodio di una crisi protrattasi per decenni e un ulteriore segnale dell’indebolimento dell’autorità imperiale in Occidente. Lo stesso Odoacre, dopo aver deposto Romolo, non proclamò la nascita di un nuovo regno in contrapposizione all’Impero romano, ma inviò le insegne imperiali a Costantinopoli, riconoscendo formalmente l’unicità dell’autorità imperiale. Il significato attribuito al 476 come cesura tra due epoche è quindi in larga misura una ricostruzione successiva che non rispecchia la percezione immediata che i contemporanei ebbero dell’evento. Le fonti disponibili mostrano infatti una percezione meno netta dell’evento. Malco di Filadelfia , nella sua testimonianza sulle ambascerie giunte a Costantinopoli nell’autunno del 476, registra la trasformazione politica seguita alla presa del potere di Odoacre, mentre i Consularia Italica riportano gli avvenimenti senza attribuire alla deposizione di Romolo il significato di una cesura nella storia romana. Nessuna delle testimonianza più vicine agli eventi conservate identificano infatti esplicitamente il 476 come il momento della fine dell’Impero romano d’Occidente. Una formulazione di questo tipo compare invece nella già citata cronaca di Marcellino Comes, redatta a Costantinopoli nei primi decenni del VI secolo, dove la deposizione di Romolo Augustolo viene presentata come il momento in cui «perì» l’Impero occidentale della stirpe romana. Il confronto tra queste testimonianze suggerisce quindi non tanto una diversa valutazione dell’importanza dell’evento, quanto una progressiva elaborazione del suo significato: il 476 fu certamente un momento di profonda trasformazione politica, ma la sua interpretazione come definitiva conclusione dell’Impero romano d’Occidente si affermò soprattutto nella riflessione storiografica successiva.

Stabilito che la data del 476 non costituisce il taglio netto che pone fine al mondo antico, è comunque opportuno constatare come possa essere utilizzata come punto di riferimento del contesto di crisi del V secolo. È proprio sulla natura e sulla profondità di questa trasformazione che si concentra una delle principali discussioni della storiografia moderna. Da un lato, studiosi come Peter Heather hanno sottolineato la portata della crisi politica e militare e il carattere traumatico della disgregazione dell’Impero d’Occidente; dall’altro, studiosi come Walter Goffart e Guy Halsall hanno posto maggiore attenzione alla continuità delle strutture romane e ai processi di trasformazione attraverso i quali le élite e le istituzioni del mondo romano furono progressivamente incorporate nei nuovi assetti politici originariamente barbarici. Il problema, dunque, non è stabilire semplicemente se il mondo romano sia caduto nel 476, ma comprendere in quale misura le strutture politiche, sociali, economiche e culturali dell’Impero siano sopravvissute, trasformandosi, nel passaggio dall’Antichità al Medioevo.

Odoacre e la nuova struttura politica in Italia

Le fonti attribuiscono a Odoacre, figlio di Edeco , già al sevizio di Attila , un’origine non romana e lo collegano soprattutto agli Sciri, anche se la sua precisa appartenenza etnica rimane discussa. Prima della rivolta del 476, Odoacre aveva militato regolarmente nell’esercito romano d’Italia, ricoprendo incarichi nella guardia imperiale, un percorso di carriera non dissimile da quello di altri ufficiali di origine barbarica pienamente integrati nelle strutture militari romane del periodo.

- Odoacre Rex: rapporto con Costantinopoli e Giulio Nepote

Dopo la deposizione di Romolo Augustolo, Odoacre scelse una soluzione politica priva di precedenti diretti: rinunciò a nominare un nuovo imperatore d’Occidente e inviò le insegne imperiali, ovvero diadema, scettro e manto di porpora, alla corte di Costantinopoli, secondo il resoconto di Malco, tramite un’ambasceria composta da esponenti del Senato e rappresentanti di Odoacre e formalmente presentata a nome del deposto Romolo Augustolo. Il messaggio politico, riportato dalle fonti bizantine (in particolare dallo storico Malco), sosteneva che l’Occidente non necessitasse più di un proprio imperatore separato, essendo sufficiente un solo sovrano per l’intero mondo romano, e chiedeva per Odoacre il solo titolo di patricius, oltre al governo dell’Italia.

La risposta dell’imperatore Zenone fu deliberatamente ambigua. L’imperatore orientale sottolineò che Giulio Nepote rimaneva il legittimo imperatore d’Occidente e che Odoacre avrebbe dovuto ricevere da lui il titolo di patricius. Al tempo stesso, tuttavia, Zenone non intraprese alcuna spedizione per restaurare Nepote in Italia e finì per accettare di fatto il nuovo equilibrio politico creatosi nella penisola. Odoacre, dal canto suo, evitò accuratamente ogni azione ostile nei confronti di Nepote, che rimase nominalmente imperatore fino alla morte, avvenuta nel 480 in circostanze non del tutto chiare in seguito alla sua decisione di organizzare una spedizione militare per tornare sul trono imperiale.

Odoacre mantenne quindi una posizione formalmente subordinata all’autorità imperiale, ma esercitò di fatto un potere autonomo sull’Italia. Le fonti gli attribuiscono il titolo di rex, senza che ciò implichi necessariamente una concezione della sovranità territoriale incompatibile con l’ordine romano. La sua posizione può essere descritta più precisamente come quella di un sovrano militare che governava l’Italia mantenendo, almeno formalmente, il riconoscimento dell’autorità dell’imperatore romano d’Oriente. Nelle fonti posteriori Odoacre viene definito anche rex gentium, espressione che sintetizza il suo ruolo di capo delle diverse comunità barbariche stanziate in Italia.

- La classe senatoria romana

Uno degli aspetti più significativi del regno di Odoacre riguarda la sostanziale continuità delle strutture amministrative e sociali romane. Odoacre non smantellò l’apparato civile italico, ma governò appoggiandosi sistematicamente al Senato di Roma, che continuò a riunirsi, a nominare consoli (soggetti a conferma orientale) e a esercitare funzioni consultive e amministrative. Le grandi famiglie senatorie, tra cui gli Anicii e i Decii, conservarono in larga misura il proprio patrimonio e il proprio prestigio sociale, mentre le strutture amministrative e giudiziarie continuarono a funzionare secondo istituzioni e pratiche di tradizione romana.

Questa scelta politica rifletteva una logica pragmatica ben precisa: Odoacre, privo di legittimità dinastica romana, aveva necessità di garantirsi il sostegno dell’aristocrazia senatoria e delle strutture civili italiche per esercitare un governo stabile su una popolazione ancora largamente romana per lingua, diritto e identità culturale. Il rapporto tra Odoacre e il Senato, per quanto non privo di tensioni (come mostrerebbe la vicenda della congiura senatoria del 477-478, di cui le fonti offrono un quadro incerto), si mantenne nel complesso collaborativo, ponendo le basi di un modello di convivenza tra potere militare barbarico e istituzioni civili romane che sarebbe stato ereditato e ulteriormente sviluppato dal successivo regno ostrogoto di Teodorico, il quale detronizzò Odoacre nel 493 dopo una lunga campagna militare.

La continuità non deve tuttavia essere confusa con l’assenza di trasformazioni. Con la cessazione della corte imperiale autonoma in Occidente, l’Italia perse il proprio ruolo di sede di un imperatore e di un apparato centrale occidentale, mentre il potere effettivo passò a un’autorità militare locale che mantenne rapporti formali con l’imperatore di Costantinopoli. Questa ambiguità giuridica, lungi dall’essere risolta da Odoacre, sarebbe rimasta una questione aperta anche sotto Teodorico.

Va inoltre osservato che la rottura più profonda e materialmente distruttiva per l’Italia romana non si consumò nel 476, ma quasi un secolo più tardi, con la guerra greco-gotica (535-554) condotta da Giustiniano per la riconquista della penisola, un conflitto che comportò devastazioni, spopolamento e un tracollo economico ben più gravi di quelli prodotti dalla presa del potere da parte di Odoacre. Questa osservazione è centrale nel dibattito storiografico contemporaneo: se si guarda alla continuità materiale e istituzionale, il 476 appare un evento politicamente rilevante ma non catastrofico, mentre la guerra greco-gotica rappresentò una frattura materiale e demografica assai più profonda per la penisola, pur senza poter essere considerata una nuova e univoca fine del mondo romano.

Fin.
Die X mensis Septembris ad MMXXVI,
Ducatus Mediolani
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Predicatore boemo, noto per l'intenzione di voler riformare la chiesa in un'istituzione più sobria e meno corrotta, più vicina agli insegnamenti del vangelo. La sua critica è considerata pericolosa dal clero di Roma, oltre che

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A.D. MMXXVI, Die XVII Mensis Septembris