Notae historicae v 0.1
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Droctulfo, barbaro imperiale

Dalla politica alle alle battaglie decisive, questa cronistoria ripercorre i momenti chiave di un evento che tra fede, guerra e ambizione cambiò il volto del Mediterraneo medievale.

Droctulfo, barbaro imperiale
Papa Urbano II sulla piazza di Clermont predica la prima crociata - Francesco Hayez, 1835
Die X Mensis Iunii, A.D. MMXXVI
Società Medievale Secolo X

Droctulfo o Drogdone, è stato un duca longobardo e comandante militare al servizio dell’Impero di origine suebe vissuto nel VI secolo, al tempo del re Autari e dell’imperatore Flavio Maurizio Tiberio. Questo personaggio rappresenta una figura eccezionale nell’orizzonte altomedievale, un miles che, forgiato nella cultura guerriera germanica, scelse di incarnare il ruolo di difensore della latinità mediterranea, definendo la sua fedeltà politica non tramite legami di sangue, ma attraverso il concetto di patria. La sua figura è stata, nel tempo, non solo un caso di studio storiografico, ma un potente simbolo letterario del superamento delle barriere culturali tra il nuovo mondo germanico e l’eredità imperiale romana.

1. Il problema delle fonti

La ricostruzione storica di questo personaggio, come spesso accade trattando questioni longobarde legate al periodo ponte tra il tardo impero e l’VIII secolo per via della scarsità delle fonti, non può che essere carente e legata perlopiù a un insieme di testimonianze sparse. Tra queste è doveroso citare l’Historia Langobardorum (ca. 787-799) di Paolo Diacono, fonte narrativa principale della storia longobarda che nei capitoli 18 (De expugnatione Brexilli, et de fuga Doctrulfi ducis) e 19 (De morte Doctrulfi et quali epitaphio honoratus est) del terzo libro dedica a Droctulfo un ritratto breve ma denso di informazioni.

Capitoli 18 e 19 del Libro III, Historia Langobardorum

Altra citazione è rintracciabile nelle Historiae di Teofilatto Simocatta, cronista bizantino degli inizi del VII secolo che menziona un certo Drocton come comandante militare longobardo di stirpe impegnato nelle campagne balcaniche contro gli Avari nel 586. Per concludere, Gregorio Magno in una lettera datata 598 inviata all’esarca d’Africa Gennadio raccomanda un tale Droctulfo come de hostibus ad rempublicam veniens, interpretabile come “passato dal nemico allo Stato romano (i.a. repubblica)”.

Nota

Droctulfo, latore della presente, passando dai nemici allo Stato romano, si è entusiasmato del bene che si dice di voi — bene che è sparso in lungo e in largo — e vuole senza indugi mettersi con tutta l’anima agli ordini dell’eccellenza vostra. E poiché ha chiesto di essere raccomandato da una nostra lettera a voi indirizzata, salutandovi con paterna dolcezza, chiediamo che l’eccellenza vostra, come Dio la ispira e le sembrerà utile, lo sistemi in modo che egli sperimenti il bene che di voi ha sentito dire anche quando era ancora tra le file dei nemici. Contemporaneamente preghiamo che cresca per l’eccellenza vostra agli occhi di Dio onnipotente, tra le altre ricompense, quella per lui. (Lettera di Papa Gregorio a Gennadio esarca d’Africa.)

Alle testimonianze narrative si aggiunge l’epitaffio in versi composto da un autore anonimo sulla tomba del guerriero nella basilica di San Vitale a Ravenna, narrato da Paolo Diacono nel già citato capitolo 19. È da constatare che lo stato di fonte dell’epitaffio rimane dibattuto, in quanto un testo funerario non mira alla neutralità delle informazioni, ma all’esaltazione del defunto. Inoltre le informazioni che possediamo sull’epitaffio, andato perduto e non più visibile attualmente, derivano esclusivamente dall’Historia Langobardorum.

EpitaffioTraduzione
Clauditur hoc tumulo, tantum sed corpore, Drocton;In questo tumulo è chiuso, ma solo con il corpo, Droctulfo;
Nam meritis toto vivit in orbe suis.perché, grazie ai suoi meriti, egli vive in tutta la città.
Cum Bardis fuit ipse quidem, nam gente Suavus;Egli fu con i Bardi, ma era Svevo di stirpe;
Omnibus et populis inde suavis erat.Perciò era soave a tutte le genti.
Terribilis visus facies, sed mentes benignus;Il volto era tremendo all’aspetto, ma l’animo buono,
Longaque robusto pectore barba fuit.La barba fu lunga sul petto robusto.
Hic et amans semper Romana ac publica signa,Amò sempre le insegne del popolo romano,
Vastator genti adfuit ipse suae.Sterminò la sua stessa gente.
Contempsit caros, dum nos amat ille, parentes,Per amor nostro, sprezzò gli amati genitori,
Hane patriam reputans esse Ravana suam.reputando che qui, Ravenna, fosse sua patria.
Huius prima fuit Brexilli gloria capti;Prima gloria fu occupare Brescello.
Quo resedens cunctis hostibus horror erat.E in quel luogo restando, terrifico fu pei nemici.
Quo Romana potens valuit post signa iubare.Poi sostenne con forza le sorti delle insegne romane,
Vaxillum primum Christus habere dedit.Cristo gli diè da tenere il primo vessillo
Inde etiam, retinet dum Classem fraude Foroaldus,E, mentre Faroaldo con frode trattiene ancora Classe,
Vindicet ut Classem clessibus arma parat.egli prepara le armi e la flotta per liberarla.
Puppibus exiguis decertans amne Badrino.Battendosi su poche tolde sul fiume Badrino,
Bardorum innumeras vieit et ipse manus.ne vinse infinite dei Bardi, e poi superò
Rursus et in terris Avarem superavit eois,l’Avaro nelle terre orientali, conquistando
Conquirens dominis maxima palma suis.la massima palma per i suoi sovrani.
Martyris auxilio Vitalis fultus, ad istosCon l’aiuto del martire Vitale, giunse da loro:
Pervenit victor saepe triumphos ovans;spesso vincitore, acclamato, trionfa.
Cuius et in templis petiit sua membra iacere,Per le membra egli chiese riposo nel tempio
Haec loca post mortem bustis habere iubat.del martire: qui è giusto che, morto, egli resti.
Ipse sacerdotem moriens petit ista Iohannem,Egli stesso lo chiese, morendo, al Sacerdote Giovanni,
His rediit terris cuius amore pio.per il cui pio amore venne a queste terre.

I versi dell’epitaffio rivelano la percezione che i contemporanei ravennati avevano di Droctulfo, al contempo ammirata e consapevole dell’importanza della sua scelta: un uomo di aspetto barbaro (“Terribilis visus facies”) il cui animo aveva abbandonato i suoi costumi per abbracciare i valori romani (“Hic et amans semper Romana ac publica signa, Vastator genti adfuit ipse suae.”), pagando la sua fedeltà all’Impero con la guerra contro il proprio popolo.

2. Storia di Droctulfo

Paolo Diacono definisce Droctulfo asservendosi di una formula vaga seppur significativa, affermando che fosse di stirpe sveva e appartenente al gruppo degli Alemanni, cresciuto tuttavia tra i Longobardi come captivitas, ossia di dipendenza che non necessariamente corrisponde alla schiavitù nel senso romano, ma che ne condivideva l’assenza di piena libertà. La pratica di detenzione di ostaggi come strumento di garanzia nei rapporti tra popoli germanici è ampiamente attestata nelle fonti altomedievali, e in questo contesto potrebbe collocarsi la giovinezza di Droctulfo, nato in una famiglia sveva che probabilmente, nel quadro delle relazioni tra Svevi e Longobardi nelle regioni boeme e morave precedenti all’invasione longobarda in Italia (568), aveva offerto uno o più figli come pegno di pace.

Costui, nato dalla gente degli Svevi, cioè degli Alemanni, era cresciuto tra i Longobardi e, poiché era idoneo, aveva meritato l’onore del ducato; ma quando trovò l’occasione di vendicare la propria prigionia, insorse subito in armi contro i Longobardi. (Paolo Diacono, Historia Langobardorum)

Un punto fondamentale che emerge dalla ricostruzione di Paolo Diacono è che la captivitas non impedì a Droctulfo di emergere militarmente all’interno della compagine longobarda nella quale era detenuto. Lo scrittore longobardo descrive Droctulfo come forma idoneus, espressione che indica, oltre alla prestanza fisica, un’attitudine al comando, tanto da essergli conferita la dignità ducale intesa come legittimazione al governo di una fazione militare. Il fatto di attribuire tale carica a uno straniero era, al tempo stesso, un segno di pragmatismo militare e un segnale della permeabilità delle frontiere etniche in un’epoca di profonda transizione.

2.1 La difesa di Brescello

Sia l’epitaffio che la descrizione di Paolo Diacono narrano le gesta di Droctulfo nella conquista e nella difesa di Brescello (Brexillus nelle fonti latine, cittadina in provincia di Reggio Emilia), presidio bizantino di importanza strategica cruciale per il controllo delle vie di comunicazione tra il Po e il porto di Classe, vicino Ravenna. Entrambe le fonti convergono nel collocare Droctulfo alla guida del contingente imperiale del presidio, e nell’identificare la riconquista della cittadina dalle mani dei Longobardi come un suo grande successo. L’evento non è storicamente collocabile in una data certa, con la storiografia moderna che oscilla tra due correnti:

  • datazione bassa (575-576): in corrispondenza con la grande offensiva dell’imperatore Tiberio II condotta da Baduario;
  • datazione alta (~585), citata nella Historia Langobardorum: in corrispondenza dei primi anni del regno di Autari (584-590). In questo caso è possibile che la conquista sia precedente all’arrivo di Droctulfo e che la difesa, poi conclusa ritirandosi a Ravenna, si riferisca all’assalto storicamente accertato perpetrato da Autari nel 585 circa.

Compiute queste cose, il re Autari si accinse a espugnare la città di Brescello, posta lungo il margine del Po. In essa il duca Droctulfo si era rifugiato sfuggendo ai Longobardi e, consegnando se stesso alle parti dell’imperatore e unitosi ai soldati, resisteva con forza all’esercito dei Longobardi. Contro costui i Longobardi condussero gravi guerre e, infine, avendolo sopraffatto insieme ai soldati che egli assisteva, lo costrinsero a ritirarsi a Ravenna. Brescello fu presa e anche le sue mura furono distrutte fino alle fondamenta. Dopo questi fatti, il re Autari stipulò una pace fino al terzo anno con il patrizio Smaragdo, che allora era a capo di Ravenna (Paolo Diacono, Historia Langobardorum).

2.2 La campagna contro Faroaldo e le campagne balcaniche

Nell’epitaffio si fa riferimento a un secondo episodio militare: la conquista del porto di Classe, vicino Ravenna, all’epoca occupato dal duca longobardo Faroaldo, futuro primo duca di Spoleto. Secondo il testo, Droctulfo avrebbe allestito una piccola flotta, disceso il fiume Padoreno (oggi scomparso) e attaccato Classe sottraendola al controllo longobardo. L’iniziativa di Droctulfo garantì all’Esarcato il possesso di un porto vitale per i rifornimenti marittimi ed ebbe come conseguenza una stabilizzazione di primaria importanza per la sopravvivenza dell’Esarcato stesso.

L’episodio, oltre che arricchire la figura di Droctulfo, rientra nella ricostruzione storica di Faroaldo e del ducato spoletino. Faroaldo I, attivo tra il 570 e il 590 circa, rappresenta una figura liminale nel panorama longobardo. La storiografia lo identifica infatti come uno dei duchi protagonisti dell’interregno (574-584), che agendo con sostanziale autonomia dal potere regio, riuscì a consolidare un dominio nell’Italia centrale. L’occupazione di Classe da parte di Faroaldo, da collocarsi con probabilità tra il 579 e il 580, approfittando della debolezza del fronte bizantino dopo la disastrosa campagna di Baduario del 576, lo pone in una posizione di rottura definitiva con Bisanzio. Parte della storiografia moderna suggerisce che Faroaldo, inizialmente in rapporti di federazione o quantomeno di tregua operativa con l’Impero, avesse voltato le spalle a Costantinopoli proprio in quegli anni, cercando di sfruttare il vuoto di potere per controllare lo sbocco adriatico. La campagna di riconquista condotta da Droctulfo, in questo senso, permette di avallare la visione di un Faroaldo non più come semplice duca territoriale, ma come avversario politico dell’Esarcato, il cui controllo su Classe costituiva una minaccia strategica insostenibile per la sopravvivenza stessa del dominio imperiale in Italia.

La carriera militare di Droctulfo non si esaurì in Italia. Nel 586 le fonti lo vedono schierato nel fronte balcanico, dove la pressione di Avari e Slavi stava mettendo a dura prova la difesa danubiana dell’Impero. Teofilatto Simocatta, la cui Historia costituisce la fonte greca di maggiore rilievo per il regno dell’imperatore Maurizio (582-602), menziona un comandante di nome Drocton, definito “longobardo di stirpe, uomo prode e robustissimo per la guerra”, impegnato come stratega al servizio di Giovanni Mistacon.

L’episodio più memorabile narrato da Simocatta riguarda la battaglia di Adrianopoli, combattura tra gli Bizantini assediati e gli Avari assedianti. Racconta lo storico greco che Droctulfo, in seguito al fallimento di due comandanti nel fermare l’avanzata nemica, riuscì a capovolgere le sorti della battaglia con uno stratagemma degno della tradizione militare tardoantica: simulare la fuga per attirare il nemico in un inseguimento disordinato, per poi voltarsi e investirli con forza grazie a una manovra coordinata. La vittoria fu schiacciante e permise di liberare la città dall’assedio avaro.

Questa narrazione documenta come Droctulfo avesse raggiunto un rango militare di prim’ordine all’interno delle fila imperiali, ricoprendo probabilmente il ruolo di comandante in seconda all’interno di uno scenario decisivo (Adrianopoli è alle porte della capitale dell’Impero) e non come semplice federato di frontiera. Inoltre questa testimonianza, indipendente e lontana temporalmente dall’Historia Langobardorum, fornisce una conferma esterna dell’esistenza storica di Droctulfo come guerriero di grande importanza nell’esercito imperiale, rendendo il personaggio uno dei rari casi nel primo contesto altomedievale in cui le fonti latine e greche si integrano reciprocamente.

2.3 Morte e lettera gregoriana

Le circostanze della morte di Droctulfo, come gran parte della sua storia, rimangono avvolte nell’incertezza. L’epitaffio suggerisce che le sue spoglie furono ricondotte a Ravenna grazie all’opera pietosa di un sacerdote di nome Giovanni, esprimendo il desiderio in punto di morte di essere sepolto nella basilica di San Vitale, martire che probabilmente considerava suo patrono.

Il problema della datazione della morte è legato alla lettera gregoriana del 598, più di un decennio dopo le gesta narrate da Simocatta. Gregorio Magno, scrivendo all’esarca d’Africa, raccomanda un uomo chiamato Droctulfo, qualificandolo come de hostibus ad rempublicam veniens. La locuzione latina veniens conferirebbe un senso di azione in corso o avvenuta recentemente, andando in contrasto con la ricostruzione storica di Droctulfo. Tuttavia il lavoro svolto dagli storici moderni, in particolare Stefano Gasparri, suggerisce che la formula non implichi necessariamente una conversione recente, ma possa riferirsi alla condizione originaria del personaggio, di provenienza barbarica ma da tempo fedele all’Impero. In questa prospettiva, l’identificazione del Droctulfo menzionato da Gregorio con il celebre comandante al servizio dell’Esarcato appare non solo possibile, ma la soluzione più coerente con il quadro documentario disponibile. Accettando tale identificazione, la biografia del personaggio acquista una maggiore continuità: dopo le campagne balcaniche del 586, lo ritroveremmo nel 598 ancora al servizio dell’Impero, forse destinato successivamente all’Africa presso l’esarcato di Cartagine.

In sintesi, se si accetta l’identificazione proposta da una parte significativa della storiografia tra il Droctulfo della lettera gregoriana e il comandante ricordato da Paolo Diacono e Teofilatto Simocatta, il personaggio risulterebbe ancora vivo nel 598 e probabilmente ancora impegnato al servizio dell’Impero. In tale prospettiva, la sua morte dovrebbe essere collocata in una data successiva, forse lontano da Ravenna, pur nel desiderio di essere infine sepolto nella città che aveva ormai scelto come patria.

3. Droctulfo nell’attualità: Croce e Borges

La figura di Droctulfo ha esercitato un fascino duraturo sulla storiografia e sulla letteratura, venendo riletta sotto diverse lenti interpretative. Nel pensiero di Benedetto Croce, la vicenda del guerriero longobardo si elevava a simbolo di una superiore “etica dell’appartenenza”: un barbaro che, riconoscendo la superiorità morale e civile della romanità, operava una conversione che non era solo religiosa, ma identitaria. In quest’ottica, Droctulfo incarnava la capacità di assimilazione della civiltà latina, in grado di trasformare anche i più bellicosi invasori in custodi del suo retaggio.

Tuttavia, è nell’opera di Jorge Luis Borges, venuto a conoscenza del personaggio grazie agli scritti di Croce, che Droctulfo trova la sua trasfigurazione più profonda. Nel racconto Storia del guerriero e della prigioniera (incluso nella raccolta L’Aleph), lo scrittore argentino eleva il duca svevo a emblema dell’intuizione improvvisa. Borges immagina Droctulfo che, davanti alle mura di Ravenna, nel vedere la città comprende in un istante che la sua vita tra i barbari era stata un errore e che la sua vera vocazione era la difesa di quell’ordine rappresentato dall’Impero. Per Borges, la scelta di Droctulfo non è dettata da calcoli politici o tradimenti, ma da una sorta di folgorazione mistica che trascende la ragione: una fedeltà radicale che lo rende il più “romano” dei romani proprio perché la sua adesione è frutto di una scelta sofferta e definitiva. Attraverso questa lente, Droctulfo cessa di essere un mero personaggio storico per diventare l’incarnazione di una libertà tragica che, nell’Alto Medioevo, cercava disperatamente di salvare la civiltà dal caos.

Fin.
Die X mensis Iunii ad MMXXVI,
Ducatus Mediolani
Disclaimer !!

Predicatore boemo, noto per l'intenzione di voler riformare la chiesa in un'istituzione più sobria e meno corrotta, più vicina agli insegnamenti del vangelo. La sua critica è considerata pericolosa dal clero di Roma, oltre che

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