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Il mito del re dormiente

Il Capitolare - legge emanata da un re o imperatore Franco - di Quierzy è un testo promulgato nel 877 da Carlo il Calvo precedentemente alla spedizione in Italia contro i Saraceni.

Il mito del re dormiente
Lakes of Killary - John Kensett, 1856
Die I Mensis Aprilis, A.D. MMXXVI
Crociate Secolo VI-XX

La leggende del re dormiente (rex absconditus) o re nella montagna costituisce un elemento folkloristico costante della tradizione Europea, soprattutto nelle tradizioni medievali germaniche, celtiche e nordiche. Esso consiste nella credenza secondo cui un sovrano o eroe del passato, creduto morto, permane invece in uno stato latente spesso localizzato in uno spazio remoto e difficilmente raggiungibile (alte montagne, cavità sotterranee e mondi soprannaturali) in attesa di un ritorno futuro nel momento di massimo bisogno della sua comunità.

Il mito affonda le proprie radici nelle comuni concezioni arcaiche precristiane nelle quali fenomeni naturali e dinamiche di potere trovavano spiegazione simbolica attraverso narrative mitiche. In ambito medievale, dove la concezione del mondo venne affidata alla religione e non più alle credenze antiche, il mito viene rivisto all’interno di strutture cristiane e politiche che identificano il sovrano dormiente come figura di attesa, connessa all’idea di restaurazione dell’ordine legittimo.

Molti dei personaggi associati al motivo del re dormiente sono figure storiche effettivamente esistite, la cui vita è attestata da fonti coeve autorevoli. Tuttavia, nel passaggio dalla memoria documentaria alla tradizione orale, tali figure subiscono un processo di progressiva rielaborazione simbolica. La morte storicamente accertata viene reinterpretata come assenza temporanea, mentre alla narrazione si aggiungono elementi estranei alla documentazione (il sonno, la montagna, la corte immobile, i segni del tempo sospeso). Il mito definisce una memoria del passato che non è mai puramente storica e archivistica, ma funzionale al presente.

Il re dormiente si configura come un vero e proprio archetipo europeo, articolato attorno a tre nuclei concettuali fondamentali. In primo luogo, il passato non chiuso. La morte del sovrano non segna una cesura definitiva, ma una sospensione. Il tempo storico, anziché procedere in modo lineare e irreversibile, viene concepito come permeabile, con una figura del passato che può riemergere nel presente. In secondo luogo, la mitizzazione del passato. Il sovrano storico viene progressivamente idealizzato e trasformato in figura esemplare. Non più semplicemente un governante, ma il garante di un ordine perfetto, spesso retroproiettato come età dell’oro. Nei momenti di crisi (frammentazione politica, guerre, perdita di legittimità), il passato viene mobilitato come modello risolutivo e il re che ritornerà diventa così una figura di compensazione, capace di ristabilire un equilibrio che il presente non riesce a garantire. Infine, e soprattutto, il concetto di immortalità del potere legittimo. Ciò che non muore, in realtà, non è tanto l’individuo, quanto la funzione che egli incarna. Il re dormiente è il segno che la legittimità politica, intesa come ordine giusto e spesso di origine divina o provvidenziale, non può estinguersi con la morte terrena. Anche quando il potere appare dissolto (crollo di un impero, fine di una dinastia), esso permane in uno stato di latenza, pronto a riattualizzarsi. La sopravvivenza del sovrano è dunque una metafora della continuità dell’ordine in quanto il corpo del re diventa deposito simbolico di una sovranità che trascende la storia immediata.

Una chiave interpretativa per capire questo fenomeno leggendario è fornita dalla teoria dei due corpi del re elaborata da Ernst H. Kantorowicz nel suo studio fondamentale del 1957 (The King’s Two Bodies. A Study in Mediaeval Political Theology). Kantorowicz spiega come il pensiero giuridico e teologico medievale avesse sviluppato la distinzione tra il corpus naturale del sovrano (mortale, individuale, biologico) e il suo corpus politicum (immortale, transpersonale, incorruttibile). La formula che sintetizza questa concezione è dignitas non moritur: la dignità regia non muore mai. Il re dormiente è precisamente la rappresentazione mitica di questo secondo corpo, ovvero la dignitas regia che sopravvive all’individuo e attende, in uno spazio fuori dal tempo ordinario, il momento del suo ritorno necessario.

Il mito del re dormiente non è, almeno nella sua forma compiuta, un prodotto esclusivo del Medioevo. Esso emerge come costruzione progressiva a partire da figure storiche o epiche, trovando nel periodo medievale il terreno ideale, caratterizzato da una memoria storica fluida e da una funzione altamente simbolica della regalità, per poi definirsi pienamente in epoca moderna, soprattutto nel Romanticismo tedesco e nelle politiche identitarie ottocentesche.

Gli elementi strutturali ricorrenti riconosciuti come costitutivi del mito sono i seguenti:

  • La negazione o sospensione della morte del sovrano.
  • La localizzazione in uno spazio separato dal mondo dei vivi, che funge da custodia e da camera di attesa.
  • Il motivo della barba o dei capelli che crescono, indicatori del tempo sospeso.
  • La presenza di una comunità di guerrieri addormentati insieme al re.
  • La condizione di risveglio legata a un segnale esterno (il canto degli uccelli, lo scoccare di un’ora cosmica, il momento di massima crisi della nazione).
  • La funzione restaurativa del ritorno, orientata alla salvezza del gruppo politico-nazionale.

Il re dormiente è classificata dal folclorista Stith Thompson come motivo D1960.2 (Sleeping king to awake and rule) nel suo Motif-Index of Folk-Literature (1955-1958, consultabile qui ).

La fase decisiva di sistematizzazione del mito del re dormiente nella cultura europea moderna si colloca tra la fine del XVIII e la prima metà del XIX secolo, in connessione con il movimento romantico e con la nascita dei nazionalismi.

Nelle Deutsche Sagen (1816-1818) e in opere come la Deutsche Mythologie (1835), i fratelli Grimm implementano una raccolta e schematizzazione del patrimonio orale germanico. Il loro metodo combina la raccolta diretta, il confronto tra varianti regionali e interpretazione in chiave storico-linguistica. Nel caso del re dormiente, i Grimm contribuiscono a fissare in forma più canonica tradizioni già diffuse, come quella di Federico Barbarossa (Deutsche Sagen, n. 23) nel Kyffhäuser e di Carlo Magno all’Odenberg (n. 24). In questo senso gli scrittori tedeschi aiutano a definire il mito all’interno di una narrazione nazionale tedesca.

Il mito del re dormiente si articola in due tipologie confinanti ma non sovrapponibili, che la comparatistica (disciplina che studia le differenze nelle letterature di lingue e culture diverse) distingue convenzionalmente come re nella montagna e re sotto la montagna.

Il re nella montagna designa una figura storica o storicizzata la cui morte viene negata o sospesa. La montagna è luogo di custodia e attesa: essa separa il sovrano dal mondo senza annullarne l’esistenza. Il ritorno ha funzione restaurativa di un potere legittimo letto in chiave imperiale, regale o nazionale. In questo schema rientrano Federico Barbarossa, Carlo Magno.

Diversamente, il re sotto la montagna appartiene invece a un panorama più arcaico, mitico e fiabesco. Si tratta di un sovrano soprannaturale (nano, gigante, essere fatato) che regna in un mondo sotterraneo con proprie leggi fisiche. La montagna non è rifugio ma soglia verso un altro mondo. Questo schema è più frequente nelle tradizioni nordiche e celtiche precristiane e tende a confluire nel primo tipo quando le figure mitiche vengono storicizzate.

Nel primo caso il mito ha carattere storico e politico, mentre nel secondo è cosmologico e fiabesco. Tuttavia, le due tipologie condividono, tramite la figura della montagna, un medesimo elemento simbolico di sospensione del tempo e di conservazione del potere. La montagna è, in ogni caso, uno spazio di attesa, non di morte.

Federico Barbarossa

La tradizione tedesca, attestata in forma sistematica dai fratelli Grimm nelle Deutsche Sagen (1816-1818) ma radicata in credenze di formazione più antica, colloca Federico I di Hohenstaufen (1122-1190) nel monte Kyffhäuser in Turingia. Qui l’imperatore giace insieme ai suoi cavalieri, in uno stato di sospensione segnato simbolicamente dalla crescita della barba attorno al tavolo di pietra. Il motivo assume una precisa funzione politica legata alla sopravvivenza latente dell’Impero e alla possibilità di una sua restaurazione. La genesi storica del mito è strettamente legata alla morte dell’imperatore, avvenuta in circostanze particolarmente drammatiche. Il 10 giugno 1190, durante la Terza Crociata, Federico Barbarossa annegò nel fiume Saleph (oggi Göksu) in Cilicia. Il cronista ufficiale della spedizione Ansbert nella Historia de Expeditione Friderici Imperatoris riferisce che l’imperatore, volendo evitare le impervie vie di montagna, tentò di attraversare le rapide del fiume nonostante il parere contrario dei consiglieri. La morte di un imperatore tanto potente in circostanze così banali contribuì a renderla incredibile per i contemporanei cristiani. La morte al Saleph presentava una serie di condizioni che favorirono la formazione del mito poiché fu improvvisa, avvenne lontano dall’Impero e in terra straniera. Nessuno aveva visto il sovrano morire e seppellire nella propria terra e l’assenza di una tomba identificabile e venerata aprì lo spazio narrativo alla leggenda. Il mito acquisì poi una valenza nazionalista decisiva nell’Ottocento, quando il Secondo Reich eresse nel Kyffhäuser un monumento inaugurato nel 1896, sovrapponendo deliberatamente la figura di Barbarossa a quella del Kaiser Guglielmo I .

Carlo Magno

Carlo Magno (742-814) è oggetto di una mitizzazione leggendaria non dissimile da quella di Barbarossa. La tradizione lo vuole addormentato nell’Odenberg, nelle regioni della Germania centrale, o nell’Untersberg al confine tra Baviera e Austria, dove siede in armatura con i suoi paladini. La fonte coeva più importante per la vita di Carlo Magno è la Vita Karoli Magni di Eginardo . Lo storico franco, membro della corte carolingia e testimone diretto, offre un ritratto vivido e sostanzialmente attendibile del sovrano. La morte di Carlo Magno avvenne il 28 gennaio 814 ad Aquisgrana, dove fu sepolto con funerali solenni, in un contesto ben diverso dalla morte lontana e misteriosa di Barbarossa. Ciò nonostante, il mito del re dormiente si sviluppò ugualmente attorno alla sua figura, alimentato non dall’assenza di una tomba ma dalla straordinaria statura simbolica dell’imperatore nella memoria medievale e dalla tradizione epica carolingia. Le chansons de geste, il corpus di poesia epica in antico francese che narra le imprese di Carlo Magno e dei suoi paladini, il cui nucleo più antico è la Chanson de Roland, costruirono un’immagine collettiva dell’imperatore come difensore della Cristianità e garante dell’ordine politico-religioso europeo. Questo ambiente epico, nel quale Carlo Magno appare sempre come figura di autorità trascendente i limiti individuali, fornì il terreno ideale per la sovrapposizione del mito del dormiente.

Re Artù

Il caso di Re Artù è per molti versi il più complesso, perché la sua storicità resta oggetto di dibattito storiografico aperto. La storiografia moderna tende a riconoscere la possibilità che un condottiero britannico del V-VI secolo, operante nella resistenza contro i Sassoni, abbia fornito il nucleo storico alla leggenda, ma esclude la possibilità di identificazioni precise. Una delle fonti medievali più adatte a collocare la figura arturiana all’interno del mito del re dormiente fu la Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth . L’opera, che si presenta come traduzione da un antico libro in lingua britannica, ipotesi rigettata dalla storiografia moderna, colloca la scomparsa di Artù non nella morte ma nella traslazione ad Avalon. Infatti, secondo questa versione, il condottiero britannico non muore dopo la battaglia di Camlann, ma viene trasportato nell’isola di Avalon (Insula Avallonis) per essere curato delle sue ferite. L’assenza di una esplicita attestazione della morte apre lo spazio narrativo per il futuro ritorno del sovrano, sintetizzato nella formula latina rex quondam rexque futurus (il re che fu e che sarà). Pur non essendo Artù associato alla montagna, il paradigma del mito è identico: sospensione, invisibilità, attesa del ritorno. Inoltre, come nei casi precedenti, il mito arturiano si distingue per la sua particolare funzione di legittimazione in quanto fu strumentalmente invocato dalle monarchie normanna e plantageneta come garanzia di legittimità sulla Britannia, e contestato dai Gallesi che lo reclamavano come simbolo della propria resistenza etnica.

Ogier il Danese

La tradizione danese del re dormiente ruota attorno alla figura di Ogier le Danois (in danese Holger Danske), personaggio che compare per la prima volta nella letteratura francese medievale come paladino di Carlo Magno nella Chanson de Roland. Ogier non ha radici storiche danesi accertate e la sua integrazione nella tradizione nazionale danese è un processo tardo-medievale, documentato a partire da Christiern Pedersen , Holger Danskes Krønike (1534), che trasformò il paladino carolingio nel figlio di un mitico re di Danimarca. Nella tradizione danese, Holger viene collocato in uno stato di sonno armato nei sotterranei di Kronborg, il castello di Helsingør. La canonizzazione nella cultura popolare avvenne attraverso la novella di Hans Christian Andersen Holger Danske (1845), che collocò definitivamente il guerriero dormiente a Kronborg. L’uso ideologico della leggenda raggiunse la sua intensità massima durante l’occupazione tedesca della Danimarca (1940–1945) in quanto la principale formazione armata della resistenza danese adottò il nome di Holger Danske, trasformando il mito in strumento di mobilitazione politica contemporanea. La traiettoria della figura mitica illustra con particolare chiarezza il meccanismo di appropriazione e trasformazione ideologica del patrimonio mitico medievale.

Fin.
Die I mensis Aprilis ad MMXXVI,
Ducatus Mediolani
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Predicatore boemo, noto per l'intenzione di voler riformare la chiesa in un'istituzione più sobria e meno corrotta, più vicina agli insegnamenti del vangelo. La sua critica è considerata pericolosa dal clero di Roma, oltre che

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