Notae historicae v 0.1
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Il Regno Longobardo

Il Capitolare - legge emanata da un re o imperatore Franco - di Quierzy è un testo promulgato nel 877 da Carlo il Calvo precedentemente alla spedizione in Italia contro i Saraceni.

Il Regno Longobardo
Lakes of Killary - John Kensett, 1856
Die II Mensis Aprilis, A.D. MMXXVI
Crociate Secolo VI-XX

Il regno dei Longobardi rappresenta una delle esperienze politiche più significative dell’Italia altomedievale. Nato dall’invasione della penisola guidata dal re Alboino nel 568, esso si sviluppò in un contesto segnato dal crollo delle strutture imperiali romane e dalla profonda crisi seguita alle guerre gotiche. Nel corso di oltre due secoli di storia (568-774), i Longobardi costruirono un sistema politico e sociale originale, nel quale tradizioni germaniche, istituzioni romane e influenze cristiane si intrecciarono progressivamente. La loro presenza contribuì in modo decisivo alla trasformazione della penisola, determinando una nuova geografia politica e ponendo le basi di molte strutture giuridiche e sociali dell’Italia medievale.

Migrazione ed evoluzione territoriale longobarda in Italia

1. Origini e contesto storico

Noti nelle fonti latine come Langobardi (tradizionalmente interpretato come “lunghe barbe”, sebbene l’etimologia resti discussa), i Longobardi erano una popolazione germanica di ceppo suebico. Con il termine Suebi le fonti romane indicavano un ampio insieme di tribù germaniche diffuse tra la Germania centrale e settentrionale durante l’età imperiale. In particolare, i Longobardi vengono collocati nel gruppo degli 1 svevi elbici, ossia tra quei popoli stanziati lungo il corso dell’Elba, come attestano le prime menzioni romane del I secolo d.C. La loro traiettoria migratoria fu caratterizzata da un progressivo spostamento verso sud-est, attraverso la Moravia e l’area danubiana, fino all’insediamento in Pannonia e, infine, in Italia.

La permanenza in Pannonia (ca. 527–568), corrispondente in gran parte all’attuale Ungheria, rappresentò una fase decisiva nella loro evoluzione politica e culturale. Qui i Longobardi si stabilirono con il consenso dell’Impero Romano d’Oriente e consolidarono militarmente la propria posizione dopo la vittoria definitiva sui Gepidi nel 567. In questo contesto entrarono in stretto contatto con gruppi diversi, come Gepidi, Bulgari, Sarmati e popolazioni romanizzate locali, assorbendone elementi culturali e militari. La storiografia contemporanea interpreta tale processo come etnogenesi: la formazione di un’identità collettiva attraverso dinamiche politiche, militari e migratorie, più che come semplice continuità biologica di un gruppo originario.

Nota

La principale fonte narrativa per la storia longobarda è l’Historia Langobardorum (ca. 787–799) di Paolo Diacono , monaco di Montecassino di origine longobarda. L’opera, redatta a distanza di oltre due secoli dall’ingresso in Italia (568), combina tradizione orale, fonti scritte anteriori (Secondo di Trento, Origo Gentis Langobardorum) e invenzione narrativa.

1.1 Il contesto tardo romano

L’Italia antecedente all’invasione longobarda era un paese profondamente segnato da tre decenni di guerra devastante. Le Guerre Gotiche tra Ostrogoti e Impero romano d’Oriente (535 - 554) avevano causato crollo demografico, distruzione delle infrastrutture, collasso del commercio e impoverimento delle strutture amministrative romane. La riconquista ricercata dall’Imperatore Giustiniano aveva reintegrato formalmente l’Italia nell’Impero (la Prammatica Sanzione del 554 ripristinava l’amministrazione imperiale) ma senza le risorse necessarie alla ricostruzione.

La struttura amministrativa era definita dall’Esarcato di Ravenna, un sistema di controllo civile e militare gestito, su un territorio frammentato, da un esarca nominato da Costantinopoli. Accanto all’autorità imperiale, cresceva il peso del vescovo di Roma, o papa, come punto di riferimento per le popolazioni locali. La Chiesa infatti possedeva vasti patrimoni fondiari da utilizzare come base economica e svolgeva funzioni di assistenza che nessun’altra istituzione era in grado di garantire.

1.2 L’invasione e la conquista dell’Italia settentrionale

Nella primavera del 568 i Longobardi, guidati da Alboino e accompagnati da contingenti barbarici (Sassoni, Gepidi, Bulgari e altri), varcarono le Alpi Giulie. Le motivazioni che portarono alla migrazione sono molteplici e difficili da strutturare con precisione. Tra le principali è possibile citare la crescente pressione degli Avari nella regione danubiana che avrebbe portato i Longobardi a spostarsi verso ovest. Le città dell’Italia Settentrionale, in mancanza di un esercito imperiale capace di opporsi, caddero in rapida successione: Aquileia, Forum Iulii (Cividale del Friuli), Vicenza, Verona, Brescia, Milano. Pavia resistette circa tre anni (568 - 572), diventando poi la capitale del regno longobardo.

Tuttavia i Longobardi non riuscirono a conquistare completamente la penisola, in quanto l’Esarcato di Ravenna, Roma, Napoli e parte della Calabria e della Puglia rimasero sotto il controllo imperiale. La conquista risultò dunque in un Italia divisa tra potere imperiale e germanico:

  • centro-nord controllata dai longobardi, ad eccezione dei territori dell’Esarcato compresi tra la costa settentrionale dell’adriatico e la Liguria con la Toscana (ducato di Tuscia) in mano longobarda;
  • isole e alcune città costiere tirreniche e del sud controllate dai romani d’oriente;
  • i ducati di Benevento e Spoleto, periferiche rispetto a Pavia, controllati dai longobardi come entità semi-autonome.
Nota

Le lettere di Papa Gregorio Magno (Dialogi e Registrum Epistularum, 590 - 604) sono una fonte coeva fondamentale per descrivere la condizione dell’Italia durante le prime decadi di presenza longobarda. Mostrano la devastazione delle campagne, il crollo delle istituzioni e il terrore delle popolazioni verso i germanici.

2. La struttura del regno longobardo

La monarchia longobarda era basata su un sistema elettivo con forti tendenze ereditarie. Il re doveva essere scelto dai grandi del regno, ma nella pratica i figli o parenti dei re godevano di una posizione preferenziale. Questa tendenza caratterizzò la forte instabilità del regno nelle sue prime fasi (tra il 568 e 616 fino a quindici re furono segnati da crisi di successione o interregni), come dimostrato dal periodo detto decennio dei duchi (574 - 584), durante il quale il potere fu frammentato tra circa trenta duchi dopo la morte del re Clefi .

Il centro dell’amministrazione longobarda risiedeva in Pavia, città che ospitava il palazzo regio. Accanto al re operavano le figure istituzionali più importanti, come il gastaldo (funzionario regio a livello locale), il come palatii (responsabile dell’amministrazione), il referendario (capo della cancelleria). I duchi, originariamente comandanti militari operanti nelle principali città e territori del regno, erano sottoposti al re ma godevano di ampia autonomia, specialmente nelle aree periferiche (Spoleto e Benevento) o di confine (Friuli e Tuscia). Il re esercitava poteri legislativi e giuridici, come attestato dall’editto di Rotari, percepiva tributi e rendite dal fisco regio (terre ereditate dallo Sato romano) e dirigeva campagne militari. Il suo potere tuttavia era limitato dalla necessità di mantenere un alto consenso all’interno della classe dei guerrieri liberi, chiamati arimanni, all’interno di una società fortemente militare.

2.1 Il sistema legislativo come fonte primaria

La produzione legislativa longobarda, con l’Editto di Rotari (Edictus Rothari, 643) come documento fondante, è uno dei lasciti più importanti per descrivere la società dell’epoca. L’Editto, redatto in latino, riflette le strutture giuridiche germaniche, raccogliendo e codificando le consuetudini tradizionali di carattere penale, familiare, patrimoniale e procedurale del popolo longobardo in 388 capitoli. Questo documento si fonda sul principio della personalità del diritto, ossia il principio secondo il quale ogni persona è giudicata secondo il diritto del proprio gruppo etnico: i Longobardi seguono la Lex Langobardorum, i Romani seguono il diritto romano o le sue versioni volgari, come la Lex Romana Visigothorum. Questa coesistenza giuridica è fondamentale per definire la società altomedievale italiana come una stratificazione sociale ben definita tra i diversi gruppi etnici piuttosto che un’imposizione del vivere germanico su quello romano.

Altre integrazioni legislative sono le Notitiae di Grimoaldo (668), gli Editti di Liutprando (713-735), le aggiunte di Rachis (745-749) e Astolfo (750-756). Le leggi di Liutprando, in particolare, mostrano un sovrano alla ricerca di una conciliazione tra la tradizione germanica dei longobardi con i principi cristiani e la razionalità giuridica del mondo romano-ecclesiastico, intervenendo su temi come il guidrigildo (composizione pecuniaria per i delitti), il mundio (tutela maschile sulle donne) e la faida (vendetta privata).

2.2 Struttura sociale

La società longobarda era organizzata in un sistema piramidale gerarchico che definiva diritti, obblighi militari e accesso alla terra in base alla classe di appartenenza. Non considerando i ruoli di vertice come sovrani e duchi, in cima si trovavano gli arimanni (termine che significa uomini dell’esercito), ossia proprietari terrieri obbligati al servizio militare e detentori del pieno diritto longobardo. Il sistema governativo longobardo si basava sulla loro partecipazione agli interventi militari e giudiziari, detti placiti. La società longobarda è, come spesso accade per le popolazioni germaniche, fortemente legata alle attività militari, tanto da costituire una classe militare come vertice sociale. Sotto agli arimanni risiedevano gli aldii, uomini semiliberi di origine servile o romana che svolgevano lavoro agricolo in condizione di parziale libertà personale. La servitù rappresentava la classe più bassa, privata di libertà e capacità giuridica. Nonostante tutto la struttura sociale longobarda non era rigida, in quanto le fonti documentano casi di liberazione (manumissione) e di integrazione sociale.

Il rapporto con le popolazioni romane è uno dei temi più dibattuti della storiografia. Per lungo tempo si è ritenuto che i Longobardi si fossero insediati confiscando un terzo (tertia) o addirittura due terzi delle terre romane, ma la storiografia moderna ha fortemente ridimensionato questa lettura. Le terre confiscate riguardavano probabilmente il fisco pubblico e le proprietà degli oppositori, non una confisca sistematica. Il processo di convivenza e integrazione fu lungo e non lineare, con differenze regionali significative.

3. Conflitti religiosi, l’apogeo del regno e la crisi finale

I longobardi che giunsero in Italia erano di religione ariana, la dottrina eretica che negava la consustanzietà (dal greco homoousios, condividere la stessa natura) del Figlio al Padre condannata dal Concilio di Nicea nel 325. L’arianesimo era molto diffuso tra le popolazioni germaniche per via dell’evangelizzazione perpetrata dal vescovo romano Ulfila tramite la Bibbia tradotta dallo stesso teologo in lingua gotica (Bibbia gotica).

La differenza religiosa che, almeno inizialmente, separava nettamente le popolazioni germaniche da quelle romane e dal papato, creava un ostacolo arduo da superare per raggiungere la piena integrazione sociale e la legittimità del potere regio. Un ruolo fondamentale per raggiungere l’integrazione cattolica nel regno longobardo fu svolto dalla regina bavarese Teodolinda : favorita da Papa Gregorio Magno, che con lei intratteneva una fitta corrispondenza, permise la conversione del marito Agilulfo (590 - 616) e del figlio Adaloaldo . Il processo non fu però immediato né uniforme, in quanto i duchi longobardi mantennero a lungo posizioni ariane o pagane e alcuni re si alternarono tra posizioni ariane e cattoliche. La resistenza alla romanizzazione religiosa fu parte delle tensioni interne al regno.

Nota

Le lettere di Gregorio Magno (Registrum Epistularum) a Teodolinda sono fonte diretta della politica ecclesiastica del Papa verso i Longobardi, che descrive come una catastrofe (gens nefandissima), ma al contempo cerca di utilizzare Teodolinda come canale di influenza.

3.1 Il regno di Liutprando come apogeo longobardo

Liutprando, regnante dal 712 al 744, è generalmente considerato come la massima espressione del potere longobardo in termini legislativi, militari, diplomatici e religiosi. Sul piano militare sono note le politiche espansionistiche verso l’Esarcato di Ravenna e i territori papali, implementate sfruttando le crisi bizantine (in particolare si fa riferimento alle rivolte degli esarchi e alla lotta iconoclasta del 726-787 che stava incrinando il rapporto tra la Chiesa occidentale e quella orientale). Nel 726 e nel 739-740 le truppe longobarde arrivarono a minacciare direttamente Roma, fermandosi poi per una serie di cause rintracciabili nel rispetto dell’autorità papale e nelle pressioni diplomatiche esercitate non senza difficoltà da Gregorio II e Gregorio III .

Sul piano legislativo, gli Editti e le numerose novelle liutprandee (713 - 735) mostrano un sovrano attento alle trasformazioni sociali, capace di intervenire con pragmatismo su istituti consuetudinari difficili da sradicare, come la faida e l’ordalia (giudizio di Dio, procedura giuridica germanica utilizzata per determinare la colpevolezza o l’innocenza attraverso prove fisiche estreme basate sull’intervento divino), cercando di limitarli senza abolirli, consapevole dei limiti del potere regio di fronte alla tradizione.

Sul piano culturale e religioso, Liutprando fece traslare le reliquie di Sant’Agostino da Sardegna a Pavia (725) al sicuro dai Saraceni, fondò monasteri e si fece mecenate della Chiesa. Questa politica di rispetto verso la tradizione cristiana romana fu strumentale ma non priva di sincerità, in quanto le leggi liutprandee mostrano una genuina sensibilità etica di matrice cristiana.

Nota

Le fonti principali riguardanti il regno di Liutprando sono da ricercare nelle leggi promulgate dal sovrano stesso e nelle sue novelle, contenenti riflessioni sulla propria condizione di legislatore cristiano. L’Historia Langobardorum tratta Liutprando con toni encomiastici, mentre il Liber Pontificalis (raccolta di biografie papali, aggiornate per singoli pontificati da vari autori probabilmente a partire dal V secolo) rappresenta una fonte di parte papale narrante le tensioni tra la Chiesa e il sovrano longobardo.

3.2 La conquista di Ravenna e lo scontro con Roma sotto Astolfo

Astolfo (749 - 756) fu il re longobardo che arrivò più vicino a realizzare un progetto di unificazione peninsulare, provocando una risposta che avrebbe portato il regno al collasso. Nel 751 conquistò Ravenna, ponendo fine all’Esarcato senza però omologarlo ai possedimenti longobardi in quanto non fu trasformato in ducato, e riunendo per la prima volta dal 540 l’Italia settentrionale sotto un unico controllo. Poi rivolse le sue pretese verso Roma.

Stefano II , Papa dal 752 al 757, compì allora una mossa diplomatica di straordinaria audacia e conseguenze: varcò le Alpi nell’inverno del 753-754, primo papa nella storia a compiere questo viaggio, e si recò dalla corte di Pipino III il Breve , nuovo re dei Franchi dopo il rovesciamento della dinastia merovingia, a Ponthion. L’incontro sancì l’alleanza tra papato e Franchi con la promessa da parte del re franco di intervenire militarmente contro i Longobardi e restituire al papa i territori dell’Esarcato. In cambio, Stefano confermò e rafforzò il titolo regio di Pipino, ungendolo re dei Franchi con un’unzione sacra che lo legittimava come nuovo Costantino, come erede di Roma in quell’ottica che avrebbe portato alla formazione del Sacro Romano Impero.

Pipino intervenne in Italia due volte (754 e 756), sconfiggendo Astolfo in entrambi i casi. I territori dell’Esarcato, anziché essere restituiti a Bisanzio, furono donati al papa. Nacque così il nucleo del Patrimonio di San Pietro, lo Stato della Chiesa, con una Donazione, detta Donazione di Pipino, che fu successivamente accompagnata dalla celebre falsificazione della Donazione di Costantino, probabilmente elaborata nella seconda metà dell’VIII secolo per giustificare i diritti della chiesa sui vasti territori posseduti e legittimare il potere temporale del Papa insieme alla precedente Donazione di Sutri da parte di Liutprando,.

Nota

La biografia di Stefano II nel Liber Pontificalis racconta la crisi del 752 - 757 e il viaggio del papa in Francia. Una fonte diplomatica di primo livello è quella del Codex Carolinus, ovvero la raccolta di lettere papali ai re franchi datata 739-791. Esistono anche fonti totalmente di parte franca sull’accaduto, come gli Annali del regno franco (Annales Regni Francorum).

4. La conquista franca e l’eredità longobarda

Il successore di Astolfo, Desiderio (756-774), riprese la politica di pressione su Roma, cercando inizialmente di influenzare la corte franca grazie a sua figlia 2 , offerta in matrimonio a Carlo Magno . Il punto di svolta si ebbe con la morte di Carlomanno , fratello di Carlo e in netta contrapposizione, nel 771 con la conseguente rottura dei precari equilibri politici che regolavano i due regni barbarici e il pontificato. Quando Desiderio minacciò nuovamente Roma nel 772-773 e papa Adriano I chiamò in soccorso i Franchi. Carlo, che nel 771 aveva annullato il matrimonio con la figlia del re longobardo (anche se in realtà non è chiaro se il matrimonio fosse già stato contratto o meno), attraversò le Alpi con un grande esercito.

La concezione di matrimonio nell’Alto Medioevo: [[Carlo Magno era figlio illegittimo]].

La campagna militare fu relativamente rapida. L’esercito longobardo evitò lo scontro aperto e si ritirò nelle città murate. Verona cadde per tradimento e Adelchi , figlio di Desiderio, riuscì a rifugiarsi presso la corte bizantina a Costantinopoli. Pavia resistette per circa un anno ma si arrese nell’estate del 774 quando Desiderio si consegnò a Carlo. Il re longobardo fu così esiliato in un monastero franco e Carlo assunse il titolo di Rex Langobardorum, sommandolo a quello di Rex Francorum.

La conquista non significò la fine immediata della presenza longobarda come classe dirigente italiana in quanto i duchi del Sud, Spoleto e soprattutto Benevento, mantennero la loro autonomia per secoli. Arechi II di Benevento assunse il titolo di principe (774) e condusse una politica indipendente, anche cercando alleanze con Bisanzio, mentre il Principato di Benevento sopravvisse fino all’XI secolo, quando fu smembrato dai Normanni.

Per la conquista normanna dell’Italia meridionale: [[La dinastia degli Altavilla]].

Nota

La biografia di Carlo Magno, Vita Karoli Magni di Eginardo (ca. 830), accenna alle spedizioni italiane dei Franchi. L’Historia Langobardorum, seppur scritta dopo la conquista franca, si interrompe significativamente nel 744, dimostrando la reticenza di Paolo Diacono sul finale che ha caratterizzato il regno longobardo. In conclusione la tragedia di Alessandro Manzoni , Adelchi (1882), pur non essendo una fonte storica rappresenta un documento fondamentale per studiare il sentimento romantico tipico dell’Ottocento sull’epilogo longobardo.

4.1 L’eredità longobarda

La fine del regno longobardo non significò la cancellazione della sua eredità. Sul piano giuridico, la lex Langobardorum continuò ad essere applicata alle popolazioni di tradizione longobarda nell’Italia settentrionale e centrale per secoli dopo la conquista franca. Nel quadro del principio di personalità del diritto, chi si identificava come Longobardo continuava a seguire il proprio diritto. La fusione del diritto longobardo con quello franco, attraverso i capitolari carolingi, e poi con quello romano diede luogo alle tradizioni giuridiche dell’Italia medievale, che avrebbero poi influenzato la nascita del diritto comune nel XII secolo. Sul piano linguistico, il longobardo, lingua germanica mai scritta in forma letteraria, lasciò tracce nel lessico italiano settentrionale: termini come ‘zuffa’, ‘guancia’, ‘balcone’, ‘sgherro’, ‘strale’, ‘schiena’, ‘banda’, ‘guardia’ sono di origine longobarda. I nomi propri di origine longobarda come Adalberto, Rosmunda, Grimoaldo, Liutprando, entrarono nel patrimonio onomastico italiano pur non essendo più comuni al giorno d’oggi.

Capitolari e legislatura franca: [[Il Capitolare di Quierzy]].

I Longobardi hanno avuto una fortuna storiografica peculiare, oscillante tra demonizzazione e glorificazioni. La tradizione papale e romana li definì a lungo come devastatori e persecutori (l’immagine di Gregorio Magno della gens nefandissima rimase influente). Anche Alessandro Manzoni, con la tragedia Adelchi (1822) e il Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia (1822), offrì una riflessione storico-letteraria più influente, sostenendo la tesi di un popolo romano oppresso dai conquistatori longobardi. Inoltre la storiografia umanistica (Biondo Flavio, Machiavelli) li inserì nel quadro generale delle invasioni barbariche che avevano distrutto la civiltà romana. Il Risorgimento invece italiano produsse una svolta interpretativa: Cesare Balbo e altri storici romantici rivalutarono i Longobardi come possibili antenati degli Italiani del Nord, in contrapposizione alla tradizione guelfa filopapale.

La storiografia scientifica del Novecento ha progressivamente costruito un’immagine più complessa e sfumata dei longobardi, non come barbari distruttori né proto-italiani romantici, ma come un popolo che si integrò progressivamente con le popolazioni romane, contribuendo alla formazione dell’identità altomedievale italiana in modo sostanziale e irreversibile.

Footnotes

  1. Da non confondere con il significato medievale di svevi. I Suebi antichi erano un grande gruppo germanico diffuso in Germania centrale, mentre la Svevia medievale è un ducato nel sud-ovest. I Longobardi sono legati ai Suebi antichi, non alla Svevia territoriale medievale.

  2. l nome della figlia di Desiderio non è noto: il patronimico, ossia nome derivato da quello del padre o di un antenato per attribuire una discendenza, Desiderata che le è stato attribuito in passato è il frutto di un errore di lettura di un manoscritto, mentre Ermengarda è il nome che Manzoni inventò per lei nelle sue opere.

Fin.
Die II mensis Aprilis ad MMXXVI,
Ducatus Mediolani
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Predicatore boemo, noto per l'intenzione di voler riformare la chiesa in un'istituzione più sobria e meno corrotta, più vicina agli insegnamenti del vangelo. La sua critica è considerata pericolosa dal clero di Roma, oltre che

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