La nascita delle Due Sicilie: I Vespri Siciliani
Il Capitolare - legge emanata da un re o imperatore Franco - di Quierzy è un testo promulgato nel 877 da Carlo il Calvo precedentemente alla spedizione in Italia contro i Saraceni.
I Vespri Siciliani rappresentano uno degli eventi politici più rilevanti nel mediterraneo del XIII secolo. Non furono soltanto una rivolta urbana contro un governo percepito come oppressivo, ma l’innesco di un conflitto internazionale che coinvolse la monarchia angioina, la Corona d’Aragona, il papato, l’Impero bizantino e le principali potenze marittime italiane. L’insurrezione, scoppiata a Palermo il 30 marzo 1282, segnò la fine del dominio diretto angioino sull’isola e aprì una lunga fase di guerra (1282–1302) che produsse la divisione permanente dell’antico Regno di Sicilia in due entità politiche distinte: l’isola, sotto gli Aragonesi, e la parte continentale, rimasta agli Angiò.
1. Contesto antecedente: Normanni e Svevi in Sicilia
La conquista normanna della Sicilia, avviata da Ruggero I d’Altavilla tra il 1061 e il 1091, ebbe come conseguenza a lungo termine la formazione di un’entità singolare nel panorama medievale europeo: il Regnum Siciliae, un regno multiculturale in cui convivevano comunità latine, greche, arabe ed ebraiche con capitale a Palermo. La fondazione formale del Regno di Sicilia avviene con Ruggero II di Sicilia , grazie al riconoscimento dell’antipapa 1 Anacleto II sul titolo regio che unificava Sicilia e la parte continentale dell’Italia meridionale. Il modello normanno era caratterizzato dalla relativa tolleranza religiosa e da un’efficiente burocrazia centralizzata, in continuità con le strutture bizantine e islamiche preesistenti. La Sicilia divenne uno dei principali centri culturali del Mediterraneo medievale, come attestato dalla numerosa presenza di studiosi, poeti e filosofi.
Con l’estinzione della dinastia normanna dopo il matrimonio di Costanza d’Altavilla con Enrico VI di Svevia nel 1186, il Regno di Sicilia passò di fatto agli Hohenstaufen. Federico II , sviluppatore di un modello governo imperiale in scontro aperto con il papato, fu il monarca più emblematico della fase germanica della Sicilia e del Pieno Medioevo in generale.
Le Costituzioni di Melfi (1231), note anche come Liber Augustalis, elevano il Regno di Sicilia come uno “Stato moderno” ante litteram, codificando in latino un diritto monarchico assoluto, limitando i poteri feudali, imponendo un controllo statale sull’economia e riformando l’amministrazione della giustizia.
Dopo la morte di Federico II nel 1250, il Regno attraversò una fase di instabilità. Manfredi di Sicilia , figlio illegittimo dell’Hohenstaufen, assunse la reggenza per farsi poi incoronare nel 1258 contro le pretese papali. Urbano IV e poi Clemente IV erano infatti alla ricerca di un nobile cattolico che potesse sottrarre il regno. La scelta cadde su Carlo d’Angiò , fratello del re di Francia Luigi IX . Nella battaglia di Benevento (1266), Manfredi fu sconfitto e ucciso, mentre la battaglia di Tagliacozzo (1268) segnò la fine delle pretese di Corradino di Svevia, ultimo Hohenstaufen regnante, giustiziato a Napoli.
Saba Malaspina , cronista guelfo filo-angioino, descrisse la conquista come una liberazione dal tiranno svevo, contribuendo alla costruzione di una narrazione legittimante il dominio angioino. Le sue cronache mostrano come il conflitto fosse già ideologicamente inquadrato come scontro tra il papato e “ribelli” imperiali.
2. Il regime angioino e le cause dei Vespri
Carlo I d’Angiò divenne re di Sicilia nel 1266, instaurando un regime che, pur portando stabilità nel breve, si rivelò profondamente estraneo alle strutture economiche e sociali dell’Italia meridionale. Le differenze sostanziali con i regni normanni e svevi possono essere ricercate nella riforma del sistema nobiliare, con Carlo che sostituì la nobiltà locale con feudatari provenzali e nell’aumento del carico fiscale per sostenere le ambizioni di conquista mediterranee avallate dal papato. In questo contesto la capitale venne spostata da Palermo a Napoli, degradando la Sicilia da cuore del regno a territorio periferico. Il Regno diventa così il perno della strategia papale contro ogni possibile rinascita imperiale sveva e agisce in funzione dello sviluppo di una politica mediterranea anti-bizantina.
Per ricercare le cause che portarono alla rivolta, la storiografia moderna ha superato le letture ottocentesche che enfatizzavano un presunto carattere patriottico e nazionalista dei Vespri in favore di un’analisi su più piani.
- In primo luogo si analizzano le cause economico-fiscali. L’aggravamento della pressione fiscale già citata colpì trasversalmente la società siciliana, dai ceti rurali alla nobiltà urbana. Viene data particolare importanza alla canalizzazione commerciale sull’export del grano siciliano verso circuiti angioini e alleati che penalizzò i mercanti locali e portò ad un’emarginazione economica dei Siciliani dai sistemi commerciali internazionali, dominati dai Genovesi e Pisani vicini agli Angiò.
- Il passo successivo è dato dalla situazione nobiliare siciliana. L’immissione dei vassalli provenzali nel sistema feudale siciliano aveva prodotto un’élite dominante percepita come straniera dalla popolazione siciliana. I funzionari angioini esercitavano il potere con brutalità e corruzione, come documentato in numerose fonti ( Bartolomeo di Neocastro Saba Malaspina per gli angioini). La nobiltà normanna-sveva venne privata delle rendite e dei titoli e vide molti dei suoi esponenti giustiziati o esiliati dopo l’ascesa al trono di Carlo.
- Concludendo, si analizza il ruolo di Pietro III d’Aragona , marito della figlia di Manfredi Costanza di Svevia e quindi vantante di diritti dinastici sul trono di Sicilia per matrimonio. Secondo parte della storiografia moderna, i Vespri non furono una rivolta spontanea, ma il risultato di una cospirazione diplomatica pluriennale, coordinata tra Pietro d’Aragona, Giovanni da Procida (medico e diplomatico siculo-svevo) e l’imperatore bizantino Michele VIII Paleologo , interessato a bloccare le mire espansionistiche di Carlo verso il mediterraneo orientale. La questione dei vespri come rivolta organizzata o spontanea rimane aperta, con un pensiero comune che vede la coesistenza delle due analisi, ossia i Vespri come un evento coordinato ma nato da una tensione autentica e preesistente.
3. Il contesto italiano e bizantino nel 1266
Al fine di comporre un quadro esaustivo è utile analizzare brevemente la situazione geopolitica dell’Italia al tempo dell’arrivo degli angioini (1266). Quando Carlo I d’Angiò conquista il Regno nel 1266, l’Italia non è un blocco unico ma un mosaico di equilibri instabili. Dopo la morte di Federico II, il papato è il vero vincitore politico. La successione dei papi Urbano IV e Clemente IV è concorde nella volontà di impedire che l’Italia meridionale torni in mano a una dinastia imperiale.
Il problema sorge quando Carlo, accrescendo il suo controllo sulla penisola, arriva a influenzare l’elezione papale e a trasformare il Regno di Sicilia nel principale strumento politico pontificio. Lo Stato Pontificio, teoricamente sovrano, diventa così in parte dipendente dalla forza militare angioina, fattore che contribuisce alla delegittimazione del papato nel lungo periodo.
Al nord la situazione è completamente diversa. Qui dominano i comuni cittadini (Firenze, Bologna, Siena), le repubbliche marinare (Genova, Pisa) e le signorie emergenti (come i Visconti a Milano). Il conflitto tra i guelfi filopapali e i ghibellini filoimperiali continua, ma senza una presenza imperiale forte. Carlo cerca di inserirsi in questo contesto diventando senatore di Roma, assumendo il titolo di vicario imperiale in Toscana e tentando di estendere la propria influenza sull’Italia comunale. Ma al nord, con città troppo autonome e troppo ricche, non può imporre un controllo diretto.
Nel Mediterraneo orientale la situazione è altrettanto delicata. Nel 1261 l’imperatore bizantino Michele VIII Paleologo aveva restaurato l’Impero a Costantinopoli, ponendo fine all’esperienza dell’Impero latino instaurato dopo la quarta crociata. La restaurazione paleologa rimaneva tuttavia fragile in quanto l’Impero bizantino risultava militarmente indebolito e diplomaticamente isolato. Carlo d’Angiò elaborò un ambizioso progetto di riconquista di Costantinopoli e di restaurazione del dominio latino sull’Oriente, sostenuto inizialmente dal papato e inserito in una più ampia strategia anti-bizantina. La prospettiva di una grande spedizione angioina verso l’Egeo costituì una minaccia concreta per Michele VIII, che cercò di contrastarla attraverso una complessa azione diplomatica.
In questo quadro, l’Italia meridionale rappresentava una monarchia centralizzata e militarmente efficiente; il centro era dominato da un papato potente ma politicamente condizionato; il nord era caratterizzato da pluralismo comunale e autonomie difficilmente controllabili; l’Oriente bizantino, infine, costituiva il bersaglio di un progetto espansionistico che avrebbe potuto ridefinire gli equilibri mediterranei. I Vespri Siciliani si inserirono dunque in una tensione non soltanto italiana, ma pienamente mediterranea.
4. La guerra e la sua risoluzione
La sera del 30 marzo 1282, lunedì di Pasqua, all’uscita della chiesa dello Spirito Santo di Palermo scoppiò una rissa tra soldati francesi e cittadini siciliani. L’evento, citato da numerose fonti spesso divergenti nei particolari, si trasformò in pochi minuti in un massacro generalizzato dei francesi presenti in città da parte dei siciliani. Il nome della rivolta, ovvero Vespri siciliani, deriva dalla campana a vespro della chiesa. L’insurrezione si diffuse rapidamente e i francesi presenti sull’isola, stimati in alcune migliaia, vennero quasi totalmente uccisi. Il cosiddetto test linguistico, durante il quale i siciliani chiedevano ai sospettati di pronunciare la parola ciciri (ceci), è attestata dalle fonti ma probabilmente amplificata dalla tradizione.
Dopo la rivolta i comuni siciliani instituirono una forma di governo autonomo, inizialmente repubblicano, tramite la creazione di una lega tra le città siciliane. Carlo d’Angiò tentò la repressione militare dell’insurrezione, ma l’assedio di Messina (estate 1282) fallì con l’arrivo della flotta aragonese in soccorso alla resistenza messinese. Pietro d’Aragona, accolto dai siciliani come liberatore, sbarcò a Trapani nell’agosto del 1282, reclamando il diritto al trono in nome di sua moglie. Ebbe così inizio una guerra che coinvolse, direttamente e indirettamente nel corso di vent’anni, Aragona, Sicilia, Regno Angioino (Napoli), Stato Pontificio e vari comuni italiani. Il 1282 segna la fine irreversibile dell’unità politica costruita dai Normanni nel regno di Sicilia.
La guerra fu caratterizzata da due fasi principali. La prima definita dalla vittoria navale aragonese nella battaglia del Golfo di Napoli (1284), dove l’ammiraglio Ruggero di Lauria sconfisse e catturò Carlo II di Napoli , figlio di Carlo. La seconda fase è impostata sui conflitti terresti in Calabria e Basilicata, con trattative diplomatiche intermittenti. La guerra inoltre assunse carattere religioso, in quanto il papa Martino IV scomunicò Pietro d’Aragona e indisse una crociata contro il regno di Aragona, invaso dalla Francia nel 1285 con esito fallimentare.
La cosiddetta Crociata aragonese (1284–1285) fu bandita da Martino IV contro Pietro III d’Aragona, colpevole di aver occupato la Sicilia senza l’approvazione pontificia. Il papa dichiarò decaduto Pietro e assegnò la Corona d’Aragona a Carlo di Valois , figlio del re di Francia. L’invasione francese dell’Aragona si concluse però con un fallimento, in quanto la flotta aragonese sconfisse i francesi e l’esercito invasore fu decimato da malattie durante la ritirata. La crociata segnò un grave insuccesso politico per il papato e rafforzò la posizione aragonese nel Mediterraneo occidentale.
Il conflitto si concluse nell’agosto 1302 con la Pace di Caltabellotta, che sancì un compromesso tra le fazioni. Federico II di Sicilia (o Federico III per la storiografia aragonese), terzogenito di Pietro, fu riconosciuto sovrano del Regnum Trinacriae per tutta la durata della sua vita con obbligo di restituzione agli Angiò alla sua morte. Venne evitato il termine ‘Sicilia’ poiché avrebbe implicato diritti anche sull’Italia continentale e non sulla sola isola. Gli Angiò mantennero il controllo della parte continentale del regno originario, territorio che in futuro diverrà il Regno di Napoli. Tenendo fede agli accordi, Federico sposò Eleonora d’Angiò , figlia di Carlo II, a Messina, anche se il trattato non venne totalmente rispettato in quanto la Sicilia non venne restituita e il Regno di Trinacria sopravvisse come entità all’interno della dinastia aragonese passando a Pietro II di Sicilia. La mancata restituzione dell’isola alla morte di Federico fu resa possibile dall’impossibilità concreta per gli Angiò e per il papato di imporre militarmente l’esecuzione del trattato. Questa divisione territoriale, detta delle ‘due Sicilie’ (isola e parte continentale) condizionerà l’Italia meridionale per secoli.
5. Le conseguenze dei Vespri
Nell’immediato la Sicilia aragonese attraversò una fase di riassestamento politico e sociale. Il potere passò a una classe feudale locale che, attraverso un processo iniziato con la cosiddetta rivolta dei baroni avvenuta nel 1295 e la successiva Declaratio, impose limitazioni all’autorità regnante. A sostegno di questo cambiamento ci fu il vuoto di potere seguito dal fallimento del progetto di egemonia angioina. Il Parlamento siciliano assunse un ruolo di rilievo, consolidandosi in un equilibrio tra monarchia e baroni. Sotto l’aspetto economico l’isola dovette coesistere con un lungo periodo di difficoltà portate dai vent’anni di guerra, in un contesto di crisi europea generale che culminerà con l’epidemia di peste nel 1348. Ad uscirne fortemente indebolito fu anche il papato che, dopo aver investito sulla causa angioina, vide l’accellerazione della crisi ideologica che caratterizzò il Trecento cristiano.
Dal punto di vista mediterraneo i Vespri segnarono un punto di svolta nell’egemonia aragonese. La potenza navale degli spagnoli, dimostrata durante la guerra, permise l’espansione della Corona verso la Sardegna, la Corsica e, più di un secolo dopo, verso Napoli (1442). Il conflitto del 1282 fu l’origine dell’espansione catalana nel mediterraneo orientale, che portò alla costituzione nel 1311 del ducato di Atene dalla Compagnia Catalana.
Footnotes
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Anacleto II (1130–1138) è definito antipapa perché la sua elezione fu contestata e considerata illegittima da una parte significativa della Chiesa. Alla morte di papa Onorio II (1130) si verificarono due elezioni: una parte dei cardinali elesse Innocenzo II, sostenuto, tra gli altri, dai re di Francia e Inghilterra, mentre un altro gruppo elesse Anacleto II, sostenuto dalla nobiltà romana e normanna. Il problema era politico più che teologico. Nel conflitto che seguì prevalse Innocenzo II, e dopo la morte di Anacleto la sua elezione fu dichiarata illegittima retroattivamente. ↩
